Set 26

Il caso Telecom emblema della debolezza italiana

Un tempo le Nazioni venivano saccheggiate e spogliate con gli eserciti e le invasioni; venivano colonizzate occupandole e privandole delle loro reali sovranità (moneta ed esercito). Oggi, nell’epoca della globalizzazione economica, si colonizzano spogliandole dei loro asset industriali, della loro forza produttiva e del loro know-how spesso di tipo strategico.

Il caso Telecom, che rischia di passare in mano spagnola, è solo l’ultima goccia di un oceano di irresponsabilità e debolezze che stanno mettendo a rischio non solo le capacità della nostra Nazione di rilanciarsi ed uscire da una crisi sempre più insopportabile, ma anche il suo futuro geo-economico.

Negli ultimi 5 anni alcune della maggiori industrie italiane sono diventate proprietà straniera: non solo i grandi marchi della moda e del lusso da sempre espressione del nostro made in Italy (da Bulgari a Loro Piana, da Valentino a Ferré), ma anche il settore alimentare (Parmalat) e la meccanica (Ducati). Ed ora Telecom e probabilmente domani Alitalia e Finmeccanica: aziende centrali non solo per il loro portato economico in termini occupazionali e di sviluppo di indotto, ma anche strategiche per gli interessi nazionali.

In nessuno Stato del mondo settori di comunicazione, trasporti o difesa verrebbero abbandonati in nome di una visione del mercato sbagliata e irresponsabile. Il caso Telecom è, da questo punto di vista, emblematico: il frutto di decenni di fallimenti di una classe politica irresponsabile e di manager e “imprenditori” inetti e incapaci che hanno costruito un capitalismo famelico e di Stato, che ha privatizzato i ricavi e socializzato le perdite. Un gruppo di manager e di tecnocrati di governo che invece di preoccuparsi di studiare adeguate strategie industriali frequentavano i salotti di Mediobanca o erano impegnati a fare maggiordomi al circolo Bilderberg.

Chi oggi saluta l’acquisizione spagnola della Telecom come un esempio di libero mercato, sbaglia. Non è un confronto alla pari ma una resa incondizionata della nostra economia, una cessione senza contropartita di settori strategici che in ogni altra nazione, sarebbero difesi con tutti i mezzi.

Oggi aziende e banche europee (inglesi e francesi in testa) ma anche sceicchi del Golfo e fondi americani considerano l’Italia industriale un grande ‘supermercato’ dove comprare gioielli in svendita, perché in crisi. L’economia italiana è come schiacciata, chiusa tra due fallimenti: da una parte le grandi aziende che cadono in mano di proprietà straniere, a causa di cattive gestioni, incapacità evidenti; dall’altro le piccole e medie imprese (parte dominante del nostro tessuto produttivo) costrette a chiudere o a lasciare l’Italia a causa dell’oppressione fiscale e burocratica che sta uccidendo il mercato e la libertà economica.

Il tutto mentre in Italia il governo Letta è sempre più imprigionato nella gabbia di un’Europa a cui obbedisce servilmente. E mentre si consumava la farsa della Telecom, i partiti delle larghe intese e dei continui litigi continuavano a scannarsi su questioni di bassa cucina che non serviranno in nessun modo a migliorare la nostra economia, i nostri servizi, la vita delle famiglie e delle imprese, e che manterranno in vita la schiavitù del debito imposta dall’Europa e dai suoi folli diktat.

Ora c’è bisogno di una nuova politica che guardi agli interessi della Nazione, che liberi l’economia italiana, l’impresa e il lavoro dalla prigione di questo centralismo burocratico che la sta uccidendo. Serve una svolta economica meritocratica e identitaria.

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